Cittadinanza italiana: statistiche e tempi 2018–2025

Negli ultimi anni l’acquisizione della cittadinanza italiana è stata influenzata da cambi normativi, rallentamenti amministrativi e variazioni significative nei flussi migratori.

Cittadinanza italiana: statistiche e tempi 2018–2025

Per comprendere il quadro attuale, è utile analizzare insieme l’andamento dal 2018 al 2025, periodo caratterizzato da una riforma importante sui tempi, dall’impatto della pandemia e da un aumento costante delle seconde generazioni.

Questa guida raccoglie i dati principali pubblicati da ISTAT, ISMU e altre fonti istituzionali, unendoli al quadro normativo che ha disciplinato i procedimenti negli ultimi sette anni.

L’evoluzione normativa: dal decreto Salvini al ritorno ai 24 mesi

Tra il 2018 e il 2025 la disciplina dei tempi della cittadinanza ha subito modifiche rilevanti.

Nel 2018, con il cosiddetto “Decreto Sicurezza”, il termine massimo per la conclusione delle domande di cittadinanza per matrimonio e per residenza fu portato a 48 mesi. Si trattò di un allungamento significativo che generò accumulo di pratiche e ritardi diffusi nelle prefetture.

Nel dicembre 2020, con il decreto semplificazioni, lo Stato è tornato a un modello più contenuto: il limite è stato ridotto a 24 mesi, prorogabili fino a 36 mesi in caso di accertamenti più complessi. Questo sistema è tuttora in vigore nel 2025. Per le pratiche avviate durante il periodo dei 48 mesi, invece, resta valido il termine originario.

Dopo la firma del decreto, rimane invariato l’obbligo per il richiedente di prestare giuramento entro 6 mesi, pena la perdita del diritto acquisito.

Il quadro statistico 2018–2025: come sono cambiati i numeri

Il periodo considerato mostra oscillazioni marcate, legate sia ai cambi normativi che agli effetti della pandemia. Prima del 2020, l’Italia registrava livelli molto alti di acquisizioni, con picchi oltre le 200 mila.

La pandemia del 2020 ha rallentato molte procedure amministrative, con una diminuzione generale nelle acquisizioni. Dal 2021 in poi i numeri hanno ripreso a crescere, fino a tornare e superare i livelli pre-Covid.

Nel 2024, secondo ISTAT, le acquisizioni di cittadinanza da parte di cittadini non comunitari superano nuovamente 217.000 unità, confermando un quadro stabile e in crescita. È il terzo anno consecutivo sopra quota 200 mila, un segnale di forte consolidamento delle seconde generazioni e delle naturalizzazioni per residenza.

Chi diventa italiano: profilo dei nuovi cittadini

Nel periodo 2018–2025 emerge una composizione piuttosto stabile nelle tipologie di procedura.

La quota più consistente riguarda le naturalizzazioni per residenza di lungo periodo, che oscillano tra il 40 e il 45 per cento delle acquisizioni totali. Si tratta di persone residenti da molti anni in Italia, spesso con un percorso lavorativo stabile.

Subito dopo troviamo i minori che acquistano la cittadinanza insieme ai genitori. Questa componente è molto rilevante perché riflette la presenza ormai radicata di famiglie straniere con figli nati o cresciuti in Italia. Nel 2024, per esempio, quasi un terzo delle acquisizioni riguarda minori.

Le cittadinanze per matrimonio mostrano un andamento in calo rispetto al passato, sia per variazioni demografiche che per il rafforzamento dei controlli sui requisiti. Il 2024 segna circa 19 mila decreti per matrimonio, molto meno rispetto ai livelli di inizio decennio. Resta invece stabile, pur minoritaria, la quota dei riconoscimenti iure sanguinis.

Dove si diventa cittadini italiani: le regioni con più decreti

La distribuzione territoriale segue fedelmente la presenza della popolazione straniera residente.

Per tutto il periodo 2018–2025 la Lombardia è la regione con il numero più alto di acquisizioni. Il ruolo dell’area milanese e della forte densità di famiglie straniere rende la regione costantemente al primo posto.

A seguire si collocano Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte e Lazio, con una quota significativa di naturalizzazioni e di minori che diventano cittadini insieme ai genitori.

Sud e Isole registrano numeri inferiori, principalmente perché la presenza straniera residente è più bassa. Tuttavia, regioni come la Sicilia mostrano dinamiche crescenti, soprattutto tra le seconde generazioni.

L’assenza di dati pubblici disaggregati per singola prefettura impedisce di analizzare la produttività degli uffici uno per uno, ma la distribuzione regionale è chiara e costante.

Tempi reali delle procedure 2018–2025

Se la normativa fissa una cornice precisa, la realtà amministrativa varia molto sul territorio.

Nel periodo dei 48 mesi (2018–2020), molti richiedenti hanno sperimentato attese lunghe, proprio perché l’amministrazione sfruttava l’intero tempo disponibile. Le pratiche avviate in quegli anni costituiscono una parte significativa degli arretrati che hanno pesato fino al 2022.

Con il ritorno ai 24–36 mesi, dal 2021 le nuove domande sono rientrate in una tempistica più gestibile. Tuttavia, nelle città metropolitane come Roma, Milano e Napoli, i carichi di lavoro restano molto elevati, e non è raro che si arrivi ai 36 mesi.

Le prefetture più piccole tendono a concludere le istruttorie più rapidamente, anche se non esiste una regola fissa: assenze di personale, arretrati e variazioni locali possono incidere notevolmente sui tempi.

In caso di ritardi significativi, resta possibile utilizzare strumenti come la diffida o il ricorso al TAR, anche se la maggior parte delle pratiche si conclude nei limiti previsti.

Perché il periodo 2018–2025 è importante

Questo arco temporale definisce la modernità della cittadinanza italiana:

  • chiarisce gli effetti della riforma del 2018,
  • mostra come l’amministrazione ha risposto nei due anni post-pandemia,
  • mette in evidenza il ruolo decisivo delle seconde generazioni,
  • stabilisce il contesto statistico su cui si innestano eventuali riforme previste tra 2025 e 2026.

Capire questo periodo aiuta a interpretare sia i tempi delle pratiche attuali sia l’evoluzione futura della normativa.